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Il dilemma del “due”

E così mi catapulto a rovistare tra  pochi sparutissimi neuroni ( o meglio, quel che resta di loro dopo un esame costato lacrime e sangue e ben quattro volumi quattro di vuota nozionistica).  Forse riesco a riacciuffare il filo del pensiero, mettendo per iscritto un post che mi renda testimone di qualche rara scemenzia. Così come viene, vado.

Care Tonne,

mi accingo a scrivere e già mi sento una di voi. La qual cosa, credetemi, è emozionante. Ho pensato per giorni, ho cercato disperatamente di partorire una qualsiasi idea originale per questo mio primo ‘pezzo’. Il nulla, desolato e devastante. Poi, rileggendovi, ecco la lampadina, l’eureka tanto agognato.

Dicevo, vi ho lette, tutte e attentamente. E non ho potuto fare a meno di notare che qui si parla, non si fa altro che discutere di coppie, più o meno felicemente scoppiate, di convivenza, di immaginifici tentati omicidi di partner con più o meno capelli.

E mi chiedevo. Ci sarà qualcuna, una, una soltanto tra noi tonne che stia attraversando quella fase che, a imbellettarla e ingentilirla un po’, potremo definire di… single ( fa molto “Sex and the city”) ? Zitella ( naaaa, troppo crudo)? Sola ma ben accompagnata ( in compagnia di se stesse non si sbaglia mai)? Sola per scelta? Ci siamo capite, nevvero. Quella roba lì, insomma.

Credo esista, ben definita fin dai primissimi vagiti di bimba, una categoria femminile che proprio non riesce a piegarsi all’idea del “due”. Nel senso di coppia. E quando c’è coppia si scoppia, dopo qualche mese, se calcoliamo il tempo in maniera più che abbondante e genorosissima. Detto tra noi, così in confidenza, io, sì, proprio io, posso vantarmi di avere avuto una storia ( mi piace la parola storia, sa tanto di adolescente e mi fa sentire incredibilmente giovane), almeno una della durata di ben quattro anni. Praticamente una vita. Sì, una vita spezzata a vent’anni che sarebbero poi ventuno, dai ventuno ai venticinque. Ma innamorata! Oh, come ero innamorata! E più soffrivo, più mi maceravo e più mi sentivo bene. Com’ero innamorata! Lui era sposato, sì. Non chiedetemi la differenza d’età perché non ve la dico. Ho detto di no. Vent’anni di differenza. Praticamente una bambina. Ecco, io credo fortemente che sia stata questa prima esperienza di lunga durata a fregarmi. Quando un giorno mi sono ritrovata a fare la spesa al supermercato e la radio sparava a tutto volume, in stereofonia, “Ancora, ancora, ancora” di Mina. Avete presente no?

Io ti chiedo ancoraaaaaaaaaaaaa

Le tue mani ancoraaaaaaaaaaa

Sul mio collo ancoraaaaaaaaaaaa

Sono scoppiata in lacrime davanti alla cassiera. Non faccio facile ironia da quattro soldi sulla mia, di allora, sorte avversa. E’ la verità, croce sul cuore, giurin giuretto. E allora, quando proprio non ce la fai più, e ti senti e ti vedi immersa nel pantano più disgustoso e solo il tuo naso riesce ancora ad emergere da tutto quel magma soffocante, è proprio allora che accorre il salvifico dubbio: forse mi conviene troncare ( qui si gioca d’astuzia). Per salvarsi, signore mie belle. Sì, perché crescendo si dovrebbe imparare. E dagli errori si dovrebbe apprendere una lezione onde non ripeterli più. Ma proprio più. E così, qualche tempo dopo, passai alla fase B. C’è sempre una fase B, non sempre è migliore della A, se mai una A sia mai esistita. L’avete passata tutte vero? Guai a voi se qualcuna dice di no ché non ci credo. Quella sfrenata passione per l’individuo che, dopo allora, definii con un rapido giro di parole, due: poeta maledetto. Volutamente trasandato, capello scuro lungo e sciolto, occhi neri e penetranti, barba e baffi, intellettuale sopraffino, accanito fan di Gaber e De André, esperto conoscitore di Montale nonché laureato in filosofia, tesi sull’estetica del poeta sovracitato. Sinistrissimo (nel senso di schieramento politico). Tonne, diffidate dagli estimatori di Montale. Se ne incontrate uno, avvisatemi. Accorrerò immediatamente, armata di una padella doppiofondo. Il presunto intellettuale di sinistra è un soggetto pericolosissimo. Primo appuntamento: serata romantica, tra cantucci e malvasia e baci appasionati  e poesie sussurrate all’orecchio. E la voce, la voce signore mie! Per me un uomo che non abbia un timbro di voce ad hoc è  da depennare dal listino, in partenza. Suadente, profonda, baritonale. Terribilmente sexi. Da questa serata e dai suoi postumi, che non vi racconterò ché sono una personcina per bene e ammodo ( possono partire i fischi, grazie), si passò ad una cena a base di pesce, qualche mese dopo. Te lo senti. Sei convinta. Avete programmato la vostra vita futura, insieme. Già te la immagini e sei ancora incredula, quasi terrorizzata.  Sì, perché pensavo: e adesso? Io ero sì partita per la tangente, ma lui sembrava più partito di me. E se poi non funziona? Tranquille! Ci pensa lui, il poeta maledetto. Nel bel mezzo della cena, tra un’orata al forno e un bicchiere di bianchino, ti chiederà, come se nulla fosse ” E se io ti dicessi che questo week end vado a Roma con un’amica?”. Non ho risposto “Ti direi va a cagare”, ma era sottinteso dal mio sguardo ferino, fiero e aggressivo. Talmente aggressivo e ferino e fiero che sono scoppiata in lacrime. Sì, ancora ( ancoraaaaaa ancoraaaaaa). ” Tu sei una donna sensibile, le altre sono donne forti”. “Sì, forti zoccoleeeeee” , grido io con tutto il rancore che ho in corpo. Piangendo e buttando fazzoletti alla rinfusa. E il peggio deve ancora arrivare. Perché tu, tonna saggia, si fa per dire, cosa fai in un momento del genere?  Prendi e te ne vai. Giammai potrai sottostare al suo gioco losco. E invece lui ti trattiene con una di quelle frasi da prenderlo a zappate: “Non  ti lascio andar via così”. Come si fa, dico, ad essere così imbecilli?  E tu, cioé io, che fai, cioé che faccio? Resto e meglio sarebbe stato pugnalarsi come fece il buon vecchio Otello sul cadavere di Desdemona. Lui ti fa sdraiare su un letto di cuscini e ti abbraccia. E tu stai lì, ferma, come un sasso, e non dici niente. Lui ti accarezza e tu? Non dici niente. Lui decide di accompagnarti a casa, in tram ché non ha la macchina. E tu? Non dici niente. Ed è finita così, in niente.

E così, tonna saggia, intuisci quale sarà la via che ti porterà alla salvezza e all’illuminazione. Sì, perché è allora che scatta la fase C. No! Non mi farò più fregare! No! Io in due non ci voglio stare! No!  Riassumendo brevemente e senza troppi giri di parole: quando l’ormone chiama, tonna risponde. Perché se è vero che non c’è sesso senza amore è pur vero che ogni tanto il sesso è necessario ovvero, non basta, ma aiuta. Oh, il sano cinismo tonnesco. Questa fase, a seconda del personale accanimento o per meglio dire, della personale vocazione, in genere, dura molto poco. Di mio, posso dire di attraversarla a periodi alterni, come le targhe. Di solito non dà mai grosse soddisfazioni, sesso ginnico a parte. Perché alla fin fine, quando non si sa di che parlare, e non vado per metafore, è ben dura. Il tuo corpo, tuo, di tonna, dopo un po’ non reagisce più agli stimoli. Essì che lui si può impegnare quanto vuole, ma dalle tue parti gli ormoni sono silenti, fanno lo sciopero della fame e della sete. L’anno scorso mi è capitato di frequentare un ingegnere navale, con tanto di divisa della marina. Arrivava a Torino da Roma, in divisa bianca. Il sogno di ogni femmina, praticamente. Quello di acciuffargli il cappello, mettertelo in testa, zompargli in braccio e trovare qualcuno che urli alle vostre spalle “Così si fa!”. “Ufficiale e gentiluomo” ha avuto una grossa influenza sulle nostre menti, malatissime, da sempre. Così è e così sempre sarà. Dicevo. Che perdo il filo del discorso. Con costui si partì a  fuochi d’artificio e ci ritrovammo alla stagion dei fiori a non saper mettere una parola dietro l’altra, consumato il consumabile. Ho tagliato la corda. Subito. Volete sentire una banale verità? A buttarsi via, troppo e troppo spesso, non si hanno mai grandi soddisfazioni. Possiamo fare le ciniche, le donne con le palle che ragionano con le parti basse, ma un certo modus relationandi non fa per noi. O almeno, non fa per me.

Ma il problema, di fondo, resta sempre lo stesso. Non riesco a vedere “in due”. Io, tu, noi.  E ora mi ritrovo ingarbugliata in un nuovo groviglio, assai poco promettente. Perché dagli errori passati si impara sempre: a farne di nuovi. Sperando di non farsi troppo male.

Mi stavo chiedendo… questa questione del “due” e del non vedersi…sarà una questione di… miopia?

Prenoto dall’oculista.

Ah, poi vi faccio sapere, è chiaro.

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